Italia – Repubblica Dominicana

 da Cristoforo Colombo alla Befana

 

Italia e Repubblica Dominicana sono due paesi geograficamente molto distanti ma, in realtà, con diversi punti di contatto nelle rispettive storie nazionali. Il 5 dicembre 1492, in occasione del viaggio che lo portò alla “scoperta” del Nuovo Continente, Cristoforo Colombo mise piede sull’isola che attualmente è divisa tra Repubblica Dominicana, ad est, e Repubblica di Haiti, ad ovest. Fu in quel momento, con il fatto che Cristoforo Colombo fosse italiano, nonostante contrastanti ipotesi, che iniziarono le relazioni tra l’Italia e la futura Repubblica Dominicana. Tra i compagni del grande navigatore vi erano numerosi “italiani”, di quella che era l’Italia tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, fu uno di loro, Michele da Cuneo, amico di vecchia data dell’ammiraglio, che con i suoi scritti descrive i primi anni della colonizzazione europea del continente americano. Nelle sue lettere e nei suoi appunti di viaggio sono descritte le abitudini e le usanze degli indios Tainos che popolavano l’isola così come è descritto l’ambiente naturale, la flora e la fauna incontaminati dell’isola Hispaniola in quel tempo. Italiano era anche un tale Niccolò Schillaccio che descrive il villaggio di La Isabela, così chiamato in origine della regina di Spagna, costruito in prossimità della costa settentrionale dell’isola Hispaniola e che può essere considerato il primo insediamento europeo nel continente americano. E’ proprio in questi anni che l’Italia entra anche nella toponomastica dominicana, fu infatti lo stesso ammiraglio Colombo a regalare al suo amico Michele da Cuneo un’isola che gli indios chiamavano Adamanay ma che il nuovo proprietario battezzò poi con il nome di Saona, in onore di Savona, la città ligure nella quale viveva e nella quale aveva conosciuto Cristoforo Colombo.

Ritratto di Cristoforo Colombo     Monumento sull'isola Saona in onore di Savona

 

Negli anni seguenti gli Spagnoli iniziarono a costruire nuovi villaggi e nel 1498 iniziò la costruzione di quella che sarebbe poi diventata la capitale dell’isola, Santo Domingo, ad opera del figlio di Cristoforo Colombo, Bartolomè; successivamente Nicolas de Ovando, governatore dell’isola fu nominato dalla corte spagnola, “Fondatore dell’Impero Spagnolo nelle Indie”.

I contatti tra l’Italia e la corte spagnola continuarono anche negli anni successivi, le corti italiane dell’epoca pur non partecipando direttamente alla “conquista” dell’America, erano comunque in prima linea nell’avventura iniziata da Cristoforo Colombo, basti soltanto ricordare che il nuovo continente porterà il nome di uno dei tanti navigatori italiani che attraversarono l’Oceano Atlantico in quei primi anni del ‘500, Amerigo Vespucci.

Un italiano sarà ancora uno dei “primi” in America. Alessandro Geraldini, prelato appartenente ad una nobile famiglia italiana, originaria della città di Amelia, in Umbria, fu il primo vescovo residente di Santo Domingo. Uomo di grande cultura, che aveva conosciuto diverse corti europee, era amico personale di Cristoforo Colombo, nonché precettore dei figli della regina Isabella. E’ probabile che sia stato proprio monsignor Geraldini uno di quelli che perpetrò la causa di Colombo presso la corte spagnola, portando la regina Isabella a fornirgli quelle tre caravelle che portarono alla scoperta del Nuovo Mondo. Monsignor Geraldini partì nel 1519 da Siviglia alla volta di Santo Domingo, prima sede episcopale in America, non dopo aver partecipato al Concilio Lateranense V in qualità di vescovo di Santo Domingo e rappresentante della neonata chiesa americana. Gli anni di Geraldini a Santo Domingo videro l’inizio dei lavori per la costruzione della prima cattedrale nel continente americana, fu infatti lui stesso, come riporta un’iscrizione ancora oggi presente presso l’ingresso della Cattedrale, a porre la prima pietra nel marzo 1523. Ancora una volta, quindi, c’è una prima volta, la prima chiesa cristiana in America. Monsignor Geraldini morì a Santo Domingo nel 1524, dove è tuttora sepolto e nel 1631 i suoi discendenti pubblicarono una sua opera letteraria ”Itinerarium ad Regiones sub Aequinoctiali Plaga Constitutas”, costituita da appunti presi durante il viaggio verso Santo Domingo e durante la sua permanenza nell’isola.  

                     

Ritratto di Alessandro Geraldini                                Cattedrale Primata d'America

Il 28 ottobre 1538, con la bolla in Apostolatus culmine il papa Paolo III si giunse alla fondazione della prima università in continente americano, l’Università San Tommaso di Aquino (anche qui si può notare la scelta di un santo italiano), basando il proprio ordinamento su quello dell’università spagnola di Alcalà de Henares con la divisione in quattro facoltà: medicina, diritto, teologia e arti, quest’ultima facoltà era a sua volta suddivisa in due sezioni, il quatrivium costituito da geometria, aritmetica, astronomia e musica ed il trivium costituito da grammatica, retorica e logica. L’attuale Università Autonoma di Santo Domingo, principale università del paese, è l’erede di quella che è stata la prima università americana.

Un altro italiano che entra nella vita dominicana del XVI secolo è l’architetto romagnolo Giovanni Battista Antonelli, membro di una famosa famiglia di architetti ed ingegneri che lavorarono per numerosi corti europee. Fu proprio Giovanni Battista Antonelli che progettò le fortificazioni della città di Santo Domingo, nonché fu lui a dare l’assetto urbanistico alla nuova città coloniale, che è attualmente tutelata dall’UNESCO come patrimonio mondiale. Altre opere di Giovanni Battista Antonelli sono le fortificazioni di numerose città spagnole nonché quelle della capitale cubana L’Avana.

Gli anni successivi della storia dominicana sono caratterizzati da traffici commerciali più o meno leciti, contrabbando e pirateria, che vedeva nell’isola della Tortuga, attualmente in territorio haitiano, la principale base dove pirati di ogni nazionalità si erano stabiliti. L’inizio della schiavitù, le relazioni franco-spagnole, fatte di scontri e di trattati più o meno rispettati, sono gli elementi caratteristici della storia dominicana dei secoli successivi fino a quando, nel 1804, la parte sotto controllo francese dell’isola si proclama indipendente, nel 1804, con il nome di Repubblica di Haiti. Nei primi anni successivi all’indipendenza haitiana le truppe francesi continuarono a controllare la parte orientale dell’isola, e tra queste erano numerosi i soldati italiani, in maggioranza piemontesi, che si stabilirono a Santo Domingo e nelle altre città dominicane. Con la sconfitta dei francesi a Palo Hincado nel 1809 i dominicani si riconsegnarono agli spagnoli, nel 1810 iniziò una rivolta popolare contro il governatore spagnolo Sanchez Ramirez, tale rivolta fu denominata “rivolta degli italiani” poiché uno dei capi era piemontese, ma finì comunque con la condanna a morte dei rivoltosi.

Nella prima metà del XIX secolo giunsero a Santo Domingo numerosi italiani provenienti dalla Liguria, e da Genova in particolare, tutti esperti nell’arte delle costruzioni navali e della navigazione. Nel 1844 si ebbe la guerra contro Haiti, che nel 1822 avevano invaso il territorio dominicano, la quale portò all’indipendenza della Repubblica Dominicana. Fu proprio in occasione della guerra per l’indipendenza dominicana che si misero in evidenza due marinai ed armatori italiani, Giovanni Battista Cambiaso e Giovanni Battista Maggiolo Gemelli. Essi misero a disposizione delle forze indipendentiste le proprie navi, che utilizzavano per i loro traffici commerciali nell’area caraibica. Maggiolo Gemelli perse la sua nave Maria Luisa ma non reclamò mai il rimborso dei danni subiti, Giovanni Battista Cambiaso invece, che disponeva di risorse maggiori, combattè valorosamente contro gli occupanti haitiani e venne nominato ammiraglio dal nuovo stato dominicano essendo, di fatto, il fondatore della marina da guerra dominicana; fu inoltre nominato, nel 1866, primo console dominicano in Europa, con sede a Genova, sua città di origine.  

Monumento dedicato a G. B. Cambiaso

I due marinai non furono però gli unici italiani ad avere posizioni di rilievo nei primi anni dell’indipendenza domincana,  alla famiglia genovese dei Pellerano appartiene Arturo Pellerano Alfau, socio nelle attività commerciali dei Maggiolo, che fu il fondatore del quotidiano Listin Diario, che è attualmente il principale quotidiano del paese. Italiano era anche Juan Nepomuceno Ravelo, anch’egli genovese, che fu membro della società segreta che, sotto la guida di Juan Pablo Duarte, portò all’indipendenza dominicana.

La presenza italiana nella Repubblica Dominicana continuò ad essere ben rappresentata anche negli anni successivi, alla famiglia Billini, giunta nell’isola nel XIX secolo, apparteneva lo scrittore e politico Francisco Gregorio Billini, autore anche del romanzo Engracia y Antoñita, opera importante della letteratura dominicana, e presidente provvisorio della Repubblica Dominicana nel 1884. Francisco Xavier Billini invece fu fondatore di vari centri di assistenza e di beneficienza nonché scopritore dei presunti resti di Cristoforo Colombo nella cripta della Cattedrale di Santo Domingo. Attualmente un’ospedale della città è dedicato a Francisco Xavier Billini, meglio conosciuto come Padre Billini.

Giungendo al XX secolo, la presenza italiana si fa sempre più numerosa, nel 1922 Juan Bautista Vicini Burgos assume la carica di presidente della repubblica; la famiglia Vicini era giunta a Santo Domingo nel XIX secolo e aveva intrapreso attività agricole ed industriali nella zona di Azua, diventando negli anni uno dei più potenti produttori ed esportatori di zucchero del paese. Ancora oggi membri della famiglia Vicini svolgono attività imprenditoriale in vari settori, mantenendo contatti anche a livello commerciale con l’Italia e con l’Umbria in particolare.

Nella vita artistica e letteraria dominicane del XX secolo sono da ricordare i pittori Paul Giudicelli, Orlando Menicucci e Carlos Sangiovanni, scrittori e giornalisti come Salvador Pittaluga e Victor Grimaldi, lo scrittore, diplomatico ed antropologo Marcio Veloz Maggiolo autore di numerosi libri e trattati che ha ricoperto anche la carica di ambasciatore a Roma. Presenza rilevante è anche quella di Vincenzo Mastrolilli, imprenditore di primo piano nell’economia dominicana e presidente della Casa de Italia, istituzione culturale di riferimento della comunità italiana nella Repubblica Dominicana. E’ opportuno anche ricordare che il Palazzo Nazionale, sede del governo dominicano, inaugurato nel 1947, durante il governo del dittatore Trujillo, è stato progettato dall’architetto italiano Guido D’Alessandro, e raccoglie i differenti stili che hanno caratterizzato l’evoluzione dell’architettura europea, dal barocco al neoclassicismo.

Dopo tante persone “vere e proprie” si può concludere con una figura anch’essa migrata dall’Italia alla terra dominicana, la Befana, un personaggio presente esclusivamente nella Repubblica Dominicana dove è conosciuta con il nome di Vieja Belen, che, come vuole la tradizione italiana, la notte tra il 5 ed il 6 gennaio lascia giocattoli e dolci a quei bambini che non si sono comportati male.

 

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